| La malattia colpisce più frequentemente donne in età più
avanzata; l’età media delle pazienti a cui viene diagnosticata
è intorno ai 60 anni.
Le cause della malattia nella maggioranza dei casi sono sconosciute. In
circa il 5 10% dei casi, il cancro dell’ovaio è familiare
e connesso a mutazioni genetiche (mutazioni del cosiddetto gene BRCA).
Diagnosi
Nello stadio iniziale il cancro dell’ovaio può essere asintomatico,
quindi raramente la malattia viene diagnosticata in questa fase. Ad oggi
non esistono metodi sicuri per la diagnosi precoce del cancro all’ovaio.
Pertanto molto spesso la diagnosi di carcinoma ovarico viena fatta quando
quest’ultimo è già in fase avanzata.
Il carcinoma ovarico può estendersi ai tessuti circostanti e distruggerli.
Inoltre il tumore può produrre delle metastasi che si diffondono
nella cavità addominale e in particolare ai linfonodi formando
così in questa sede dei nuovi tumori. Nella maggior parte dei casi
il carcinoma ovarico attacca il peritoneo e l’intestino. Tuttavia
le cellule maligne possono anche diffondersi a parti distanti del corpo
attraverso il sistema linfatico e il circolo ematico.
Nel caso in cui si sospetti la presenza della malattia il medico chiederà
innanzitutto alla paziente informazioni dettagliate sulla sua storia medica.
Per accertare la diagnosi viene effettuato un esame ginecologico insieme
ad una ecografia delle ovaie e della cavità addominale. Generalmente
viene fatta anche un analisi del sangue con la misurazione del livello
del marcatore tumorale CA 125. Tuttavia valori elevati del marcatore tumorale
non costituiscono una prova sicura della malattia, poiché un loro
aumento può essere provocato anche da alterazioni non-maligne.
Nei singoli casi possono essere effettuate ulteriori indagini diagnostiche
per immagini come la tomografia assiale computerizzata (TAC) o la risonanza
magnetica per immagini per una migliore identificazione della malattia.
Ma l’assoluta certezza della diagnosi di cancro all’ovaio
può essere ottenuta solo chirurgicamente (laparotomia) e con il
prelievo di campioni di tessuto per l’analisi al microscopio (biopsia).
Prognosi
Il corso della malattia dipende principalmente dallo stadio del tumore
al momento della diagnosi. Nella fase iniziale dello Stadio I più
dell’80% delle pazienti può essere curata con successo. Le
probabilità di guarigione negli stadi avanzati della malattia sono
maggiori se tutta la massa tumorale visibile può essere rimossa
chirurgicamente. Negli stadi avanzati in molte pazienti, anche dopo una
cura con esiti inizialmente positivi, si verifica una ricaduta (la cosiddetta
recidiva). Il tumore si sviluppa nuovamente e deve essere trattato di
nuovo. Gli ulteriori trattamenti sono determinati da vari fattori, per
esempio la distanza temporale dal primo trattamento oppure il modo in
cui il tumore si è ridotto dopo il primo trattamento.
Chirurgia
La rimozione chirurgica completa del tessuto tumorale è la terapia
primaria fondamentale per il carcinoma ovarico. Quanto più l’asportazione
del tessuto tumorale è completa, tanto migliore è la prognosi
successiva. Un simile intervento chirurgico di solito prevede l’asportazione
dell’utero (isterectomia), delle ovaie e delle tube di Falloppio
(salpingo-ooforectomia e adenectomia) del tessuto peritoneale che riveste
i visceri (omentectomia) e dei linfonodi (linfoadenectomia). Questi reperti
chirurgici vengono poi analizzati per accertare la presenza di eventuali
cellule neoplastiche. Questa fase è decisiva per il successivo
trattamento della malattia. Spesso anche parti dell’intestino devono
essere rimosse dopo essere state attaccate dal tumore.
Un trattamento farmacologico (chemioterapia) è quasi sempre necessario
dopo l’intervento chirurgico.
Chemioterapia
L’obiettivo della chemioterapia è quello di distruggere ogni
cellula tumorale che possa essere ancora presente nel corpo. La chemioterapia
viene somministrata per un certo periodo, generalmente di 5 mesi, in cicli
di trattamento, ovvero una serie di trattamenti intervallati sempre da
lunghi periodi di riposo.
Attualmente la terapia chemioterapica standard postoperatoria (chemioterapia
di prima linea) è rappresentata, per quasi tutti i pazienti, dalla
combinazione di due farmaci, un derivato del platino (carboplatino) e
un taxano (paclitaxel). In molte pazienti il tumore sebbene eliminato
a seguito del trattamento chirurgico e chemioterapico, si ripresenta o
recidiva.
A seconda del momento in cui il tumore si ripresenta si rendono necessari
nuovi trattamenti chirurgici o chemioterapici. Le misure che vengono prese
nei singoli casi dipendono da vari fattori: quali disturbi dovrebbero
essere eliminati, come il paziente ha tollerato il primo trattamento,
come ha reagito ad esso, l’intervallo intercorso tra la fine del
primo trattamento e la comparsa di recidiva. Una volta ottenute le risposte
a queste domande, il medico discuterà col paziente al fine di valutare
se sia indicata l’effettuazione di un nuovo trattamento chirurgico
seguito da terapia chemioterapica o la sola ripetizione di cicli chemioterapici.
Da questo dipende anche la scelta dei farmaci impiegati.
Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni tentativi attraverso studi clinici
al fine di migliorare la situazione per la quale dopo il completamento
del trattamento primario della malattia (chirurgia e chemioterapia) un
alto numero di pazienti che risultano clinicamente guarite presenta poi
una recidiva. Si è provato per esempio a prolungare il trattamento
chemioterapico o ad effettuare un trattamento aggiuntivo con l’impiego
di più di due farmaci diversi. Purtroppo, alla luce dei risultati
disponibili, questo tipo di trattamenti non hanno dimostrato una maggiore
efficacia.
Nuovi approcci
Un approccio terapeutico completamente nuovo è rappresentato dalla
vaccinazione con l'anticorpo Abagovomab, subito dopo il completamento
della chemioterapia, con lo scopo di prevenire la comparsa di recidive.
Le potenzialità del vaccino Abagovomab, ancora in fase di sviluppo
clinico, si basano sulla capacità di attivare il sistema immunitario
della donna al fine di riconoscere e attaccare le cellule tumorali che
esprimono la proteina CA 125 caratteristica del cancro dell’ovaio.
Questo nuovo approccio potrebbe lasciar sperare che sia il sistema immunitario
a combattere le singole cellule tumorali residue, impedendo così
la ripresesa della malattia. Sulla base di questa ipotesi, e sulla base
dei risultati conseguiti nei primi studi pilota immunologici, è
partita la sperimentazione clinica MIMOSA, che confermerà la potenzialità
di Abagovomab nel ritardardare o prevenire l’insorgenza delle recidive.
La clinica giusta
E’ molto importante che le pazienti vengano curate presso un centro
ospedaliero che abbia una sufficiente esperienza nel trattamento del tumore
dell'ovaio. Un medico esperto è in grado di stabilire già
durante l’intervento chirurgico quali siano le misure chirurgiche
necessarie da intraprendere caso per caso e qual è la migliore
terapia da seguire dopo la chirurgia. I centri selezionati per lo sperimentazione
del vaccino Abagovomab (Studio MIMOSA) sono qui elencati.
Per ulteriori informazioni visitate il sito: www.clinicaltrials.gov
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